Travel the world
Traverse the skies
Your home is here
Within my heart

The S. P.

Trovo inquietanti i contrasti della sera. Netti chiaroscuri ritmici dati dalle luci dei lampioni sui marciapiedi e sull’asfalto. Camminiamo. Senza fretta mi dici che andrai via. Di nuovo. Non so come fermarti. Tutto si muove, le cose, le persone. Arrivano, mi innamorano e se ne vanno. Non so come fermarlo. É un grumo di lacrime. Fa su e giù senza fretta. Se ne mitighi l’impeto iniziale, poi lo domini, lo controlli, lo deglutisci. Punto. Vai via dicevi. Come tutti. Tranne noi che siamo qua, il parco é vuoto. É tardi. Che meccanica micidiale. Che ruota senza uscita. Criceti a girare, girare…Mi chiedo quando tornerò io. Quando sono andata via, tre anni fa, mi regalarono un po’ di terra e un seme. Piantali quando trovi una casa, mi disse la mia amica. Piantali quando sentirai di appartenere  ad un posto con gambe, braccia, piedi, gonadi e cuore. Non é successo ancora,  non la sento questa terra….non canta per me, muta. O io, ancora sorda. Mi dicono che é così  perché non mi sono innamorata. Quando trovi la persona della tua vita, troverai la tua casa. Ma mi sembra una riduzione semplicistica. Un cercare un qualcosa in qualcos’altro non sapendo neanche spiegare bene perché. Una bugia.

Io poi,  si che mi sono innamorata. Di questo che mi cammina di fianco senza fretta e che mi dice che tra un po’ se ne va che già é finito il tempo di camminare insieme vagabondi con questa città che mi sembra paradossalmente aliena e accogliente se lui mi sta accanto.

E allora forse hanno ragione a dire che se lui resta io pure resto e allora la tua casa é chi ami?  mi chiedo. Col brivido della non appartenenza e con la saggezza di aver trovato nel poco il tutto. Chi siamo noi? Gli chiedo guardando il passeig illuminato e vuoto. Noi siamo gente che cammina insieme ubriaca, si avvicina, parla, condivide, ama, ma poi si biforca verso nuovi linee di infinito, diverse, mi dice calmo e sereno.

Prospekt, calle, via, rue, che cambia? Niente, nel nostro incessante camminare. Conclude.

Non lo reggo più il grumo, che irrompe con inaudita silenziosa potenza. Una diga che esplode. Puff! Mi guarda interrogativo. Mi accarezza la testa. Mi lascio abbracciare. Mi lascio, ma non mi basta. Aumenta il contrasto, aumenta la vertigine, la solitudine. Cado.

É un baratro dolce. Mi riempie di lui, poco a poco. Non smetto mai di piangere, i suoi fendenti arrivano dolci. Avvolgente carne morbida. Mi sciolgo piano piano, mi rilasso e mi faccio cullare. Senza fretta arriva e mi abbraccia forte. Sei a casa mi dice. Sei qua con me. Con te che va via? gli obietto. Con te che mi lasci in questa lotta cercando un posto mio, lontano da casa, lontano da chi mi capisce anche quando ubriaca parlo solo la mia lingua e non riesco a parlare nient’altro. Come farò? Paleso le mie perplessità. Sopravviverai. Ti alzerai di nuovo e continuerai  a cercare. Dice. Ho la mia terra gli dissi. E un seme. Magari é un ciclamino, o pomodori. Per la pasta, no?! mi dice. Sì. Ridiamo. Davanti al muro che ci dividerà. Odio restare gli dico. Sono andata via per questo. Odio restare. E sono andata via per restare?  Per salutare treni, navi ed aerei che mi portano via persone, dove avrei voluto piantare la mia terra, con cui avrei mescolato sabbia di Atacama e terra rossa spagnola, aspettando curiosa di vedere che diavolo saltava fuori, se erano pachino o una zucca gialla. Una come quelle che coltivava mia nonna, con i semini onnipresenti sul davanzale a seccare, intrappolati nella polpa grumosa e filacciosa. Mi soffio rumorosamente il naso mentre lui si riveste. Vai via? Gli chiedo preoccupata. No, non ancora. Si accende una sigaretta. Svetta il Tibidabo illuminato dal primo sole. Mi sento nuda e mi copro.

Mi guarda, ride e mi viene a far l’amore di nuovo.

Irrompe la domenica mentre ci addormentiamo, ancora ubriachi e sazi.

Mi sveglia mia madre. Buonadomenica mi dice tuttattaccato. Mia madre ha la voce stanca, in sottofondo si sente mio padre che guarda la tele e mio fratello che grida vadoviaaaaaa sbattendosi dietro la porta. Mi racconta di casa, del pranzo, di che tempo fa, che sua sorella viene tra un mese e se ho mangiato e che sto diventando secca come un chiodo, lei lo sa e mica va bene così sennó poi mi sento male. Normalmente la assecondo ridendo. Oggi no.

Saudade la chiamano i portoghesi. Arriva profonda e inesorabile. Ti taglia a solchi e prepara maggesi per raccolti sconosciuti. Quando arriva io non mi oppongo più. Sarebbe totalmente inutile. Col tempo che passa la sento sempre meno, ma direttamente proporzionale alla distanza dell’addio, prende forza. Atterra. Non dà scampo.

Ora capisco mio zio. Continua con italica arroganza a piantare in un clima avverso una pianta di fico nel suo giardino americano. Si secca e muore. Ineluttabile.

Allora prende un aereo. Quasi non avvisa. Con l’urgenza dell’amore torna a casa e lo troviamo io e mio fratello sempre lì, nel giardino di casa sul suo fico a sboccerellare il sapore dei ricordi. Non tornerebbe mai. Come forse non tornerò io che ancora mi aggrappo all’idea del camping, ed ogni anno dico che é l’ultimo, perdinci che l’anno prossimo torno sicuro, preparatevi, eh!

Non tornerebbe mai, ma quel sapore é solo lì, su quella pianta gobba quasi piegata al suolo. In nessun posto se non nella magia del suo passato.

Mia madre é costante, imperturbabile, ripetitiva. Ogni telefonata é chiosata da un quando torni? Non so se lo dica con la paura reverenziale che prima o poi torno per davvero. E sarò leone? mi chiedo. Come una fiera selvaggia costretta in spazi esigui o  rassegnata come un elefante che torna a casa a morire. Mia madre si accorge che non l’ascolto più da un pezzo e urla per risvegliare la mia attenzione. Non é mai venuta a trovarmi. Chissà che esotismo perverso immagina sia la mia vita triste da pendolare.

La saluto e chiudo, guardo Andrea. Cosa sto facendo qua? Mi chiedo e gli chiedo con la faccia imbronciata e triste. Fa spallucce. Che mai può saperne lui di cosa faccio io qua?

Mi guarda e mi dice che poi la risposta non é tanto dove arrivare, ma come ci sia arriva. Magari meglio se sobri, in generale.

Non avrei mai avuto parole più banali e dissetanti. Ovvie come l’acqua. Sorrido e mi stiracchio sorniona. Troverò il modo di ritrovarti, scappa dove meglio credi. Penso.

Io intanto, domani forse compro un vaso. Oggi no. Domani.